“Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna”

Michela Murgia, si cimenta in un testo che è a metà tra la narrativa e la saggistica, e lo fa su un tema di grandissimo rilievo: in che modo l’educazione cattolica, che in Italia permea di sé anche le persone che si dichiarano non religiose, ha costruito nei secoli un’immagine della donna e del suo ruolo sociale.

 

Lo fa analizzando la figura di Maria di Nazareth, a partire non solo dagli scarsi riferimenti scritturali, ma dalla fortuna straordinaria di cui essa ha goduto nei documenti della Chiesa, nel culto e nella tradizione figurativa. L’autrice dimostra una notevole competenza: viene fuori che ha frequentato un corso universitario di Scienze religiose, cosa di cui non ero assolutamente al corrente.

 

Ho trovato nel libro un sacco di cose che prima non sapevo sull’evoluzione della santità cattolica dall’epoca dei martiri al Medievo, fino all’età moderna e fino a quel campione assoluto di canonizzazioni che è stato Giovanni Paolo II: per esempio fino alla fine dell’Ottocento non esistono quasi beatificazioni che non riguardino, dopo i martiri dei primi secoli, preti, frati o suore, e invece nel Novecento si sono proposti modelli di santità laica, tutti accuratamente scelti in vista della diffusione di precisi messaggi.

 

E’ estremamente interessante l’analisi che l’autrice fa del caso, a me precedentemente sconosciuto, della santa Gianna Beretta Molla, madre di famiglia di Magenta, laureata in Medicina, morta nel 1962 all’età di trentanove anni per aver rifiutato interventi su un tumore benigno all’utero che l’avrebbero salvata ma l’avrebbero costretta a interrompere la quarta gravidanza, e canonizzata da papa Woytila nel 2004 in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia proclamato dalle Nazioni Unite.

 

Mentre tra i santi maschi di condizione laica proposti a modello dai papi del ‘900 si trovano anche politici, professionisti e uomini d’affari, tra le femmine i casi più rilevanti riguardano la difesa eroica della propria purezza o l’accettazione eroica del ruolo di madre.


Michela Murgia sostiene in tutto il libro una tesi di fondo: la vicenda di Maria, che è, nei dati che ricaviamo dai Vangeli, una vicenda di notevole anticonformismo (una ragazza di 16 anni che nella Palestina del I secolo d.C. accetta, senza consultare né i genitori né il promesso sposo, una “chiamata” che implica per lei una gravidanza extramatrimoniale che, in quella società, avrebbe potuto comportare la lapidazione), è stata trasformata nei due successivi millenni nella proposta di un ruolo femminile incentrato esclusivamente sulla “cura”: o come sposa e madre fisica, o come “madre spirituale” di tutti gli esseri umani attraverso la sublimazione della castità e della preghiera.


Tutto questo però senza alcuna blasfemia, con profondo rispetto per la fede, e addirittura dall’interno di un’appartenenza cristiana apertamente rivendicata. E utilizzando sempre, come punto di partenza e di arrivo, la propria esperienza quotidiana di donna che si è molte volte confrontata, nella sua vita quotidiana e anche nelle sue frequentazioni ecclesiali, con gli stereotipi sulla condizione femminile.


Michela Murgia, “Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna”, Einaudi 2011, euro 16


 

donna, cultura, genere, chiesa cattolica


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21-09-2011

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